IL SOLE 24 ORE
Cantone: «Il giudice non è un entomologo, interpreti la realtà»
Il magistrato «nei limiti della norma, ha opzioni interpretative diverse. C’è un vuoto della politica e della Pa»
Dom.19 – Presidente Cantone, le sentenze sfonda bilancio della Consulta, i sequestri Fincantieri e Ilva, il dissequestro condizionato dell’Aeroporto di Fiumicino: vicende che hanno fatto riesplodere il conflitto tra diritto ed economia, giudici e imprese. Lei è stato Pubblico ministero, giudice di Cassazione e ora guida un’importante, cruciale, Autorità amministrativa. Quindi, è dall’altra parte della barricata… In realtà non mi sento affatto dall’altra parte della barricata. L’Autorità che presiedo gode di un’autonomia che la rende diversa da altri organi amministrativi, quindi questo mi fa sentire più vicino all’attività della magistratura di cui comunque faccio parte.
A maggior ragione, allora, come vive questo conflitto? Credo che questo conflitto sia in gran parte apparente e dipenda da un equivoco di fondo: chi parla di un contrasto in atto, paradossalmente finisce per attribuire ai giudici responsabilità e poteri che non hanno né devono avere. Il bilanciamento tra interessi, infatti, spetta al legislatore, che deve individuare quale di questi interessi (ad esempio quello alla salute, al lavoro o alla libertà di impresa) debba prevalere. Attribuire questa responsabilità al giudice significa consegnargli una valutazione di tipo politico. Ovviamente il giudice non è cieco e non vive in un altro mondo o in un iperuranio…
Proprio da qui nasce il problema: la crisi economica sembra dare più forza a chi pretende dai giudici di «farsi carico» delle “compatibilità economiche” delle loro decisioni, cioè dell’impatto sui conti pubblici, sulla produzione, sull’occupazione, sull’esercizio d’impresa. Ma è una richiesta “compatibile” con la tutela di diritti fondamentali? E se sì, come? Ciò che accade nel mondo che ci circonda non può essere considerato un fatto neutro; il giudice non è un entomologo e non deve astrarsi dalla realtà; del resto, noi magistrati abbiamo sempre rivendicato un’interpretazione evolutiva delle norme, che tenga conto, cioè, dei mutamenti della realtà. Nessuna legge, infatti, potrà essere tanto dettagliata da prevedere tutta la casistica concreta e l’idea illuministica del giudice mera bocca della legge è fuori dai tempi. Ovviamente, non si può di certo giustificare l’inapplicabilità della legge né possono accettarsi letture creative che trasformino il giudice in un legislatore. Nei limiti della norma, fra le varie opzioni è possibile individuare una scelta compatibile con la realtà. E quindi, ad esempio, in luogo di un sequestro che comporti il blocco di un’attività, verificare se sia possibile emettere un provvedimento diverso, che, ad esempio, consenta la prosecuzione dell’attività, accompagnato da prescrizioni esigibili e utili a superare le criticità.
Ci sono diritti fondamentali incomprimibili, come la salute. I giudici possono chiudere un occhio in funzione di ragioni economiche? La risposta non può che essere “assolutamente no”; ribadisco, però, che spesso l’interpretazione consente opzioni diverse fra le quali scegliere.
Lei presiede un’Autorità con poteri molto penetranti sulla vita delle imprese e che ora collabora con l’Autorità giudiziaria: in questa collaborazione c’è anche uno spazio di valutazione comune sulle compatibilità economiche delle decisioni da prendere o restano ambiti nettamente distinti? Le nostre decisioni, proprio perché amministrative, e quindi caratterizzate da discrezionalità, possono tener conto anche dell’impatto economico. Nel caso, ad esempio, dell’istituto del commissariamento degli appalti, che aveva destato grande preoccupazione fra gli addetti ai lavori, abbiamo optato per un’interpretazione molto garantista e rigorosa e ci siamo mossi con cautela e in modo chirurgico, utilizzandolo solo quando effettivamente necessario e senza incidere sull’attività complessiva dell’impresa. I commissariamenti fatti, che fra l’altro sono stati in pochissimi casi impugnati dagli imprenditori, hanno forse potuto anche evitare provvedimenti più drastici, come il commissariamento giudiziale di tutta l’impresa, previsto dal decreto 231 del 2001. Su questo aspetto si è riusciti a trovare, in modo informale e senza alcuna concertazione, un giusto equilibrio con l’attività della magistratura.
I giudici rivendicano il diritto/dovere di fare il proprio mestiere, il che comporta – soprattutto nel penale – una certa rigidità degli strumenti da applicare, anche nel cautelare. Tuttavia, le Procure vengono accusate di protagonismo e pregiudizio anti-industriale. Lei nota protagonismo e pregiudizio? Non mi sento di escludere a priori che ci possano essere state ipotesi sporadiche di protagonismo, comunque “corrette” dai riesami o dalla Cassazione. Se, però, si guardano i numeri, non vedo affatto il contestato attivismo anti-impresa. In presenza di una criminalità ambientale in alcuni contesti tanto diffusa, dove sono tutti questi impianti chiusi? I dati numerici potrebbero persino far pensare a una scarsa attenzione per i reati a tutela di salute e territorio.
Le risulta che in altri Paesi europei ci sarebbe molta più flessibilità, nel senso che le fabbriche stanno aperte o chiudono solo per decisione della Pa e non dei magistrati? Non ho elementi e dati certi per affermarlo. Sicuramente in alcuni Paesi c’è meno attenzione verso alcuni tipi di illeciti e, spesso, una legislazione, anche processuale, diversa che non consente facili paragoni. In Italia, fra l’altro, spesso il legislatore produce norme molto rigorose, salvo poi lamentarsi quando vengono applicate. Ti viene il dubbio che certe norme siano volute quasi come un manifesto pubblicitario e non in una prospettiva di concreta applicazione.
Quanto pesa l’inefficienza della Pa nelle decisioni cautelari dei magistrati?
Pesa moltissimo ed è questa, spesso, la causa di interventi della magistratura. I controlli e gli interventi amministrativi potrebbero evitare che le situazioni si aggravino. Se nel caso dell’Ilva si fosse intervenuti in via preventiva, decenni fa, non saremmo forse arrivati a questo punto. Se nell’Aeroporto di Fiumicino qualcuno avesse scoperto prima l’esistenza, sotto il tetto, di materiale nocivo alla salute, l’incidente e le sue conseguenze sarebbero stati evitati. L’attività di prevenzione in materia di salute finisce per essere quasi sempre scaricata sulla magistratura, costretta a intervenire ex post e quando ci sono danni già gravi. Nessuno può negare che nel caso dell’Ilva la magistratura sia intervenuta quando già era in atto una situazione di disastro sanitario.
Eppure, alcune iniziative politiche e amministrative sono state messe in campo solo dopo lo shock giudiziario. Perché? Questa è una domanda che vorrei fare anche io. La pubblica amministrazione e la politica avrebbero ragione di lamentarsi se di certi problemi si fossero fatte carico prima. E anche il mondo imprenditoriale che poi lamenta l’interventismo qualche responsabilità pure la ha, nel non essersi fatto carico di alcuni problemi e di non aver proposto soluzioni che, forse, avrebbero potuto persino evitare problemi successivi.
Si dice: il giudice deve farsi carico del contesto competitivo e globale in cui operano le imprese… La magistratura ha certamente una responsabilità per la competitività del sistema Paese ma sotto un altro profilo, quello della rapidità e della prevedibilità delle decisioni che creano quell’indispensabile certezza del diritto di cui hanno bisogno gli operatori economici. Queste sono le contestazioni che anche sul piano internazionale vengono mosse al nostro sistema. Sono responsabilità, però, che vanno divise con la politica che non fornisce risorse e spesso interviene in modo alluvionale sul piano legislativo.
Quindi, riassumendo, secondo lei farsi carico delle compatibilità economiche significa esercitare un margine di discrezionalità che finisce per politicizzare l’attività giudiziaria? Sì. La magistratura che fa valutazioni di opportunità rischia di diventare attore politico. Le scelte di compatibilità sono tipicamente politiche e di esse deve farsi carico il legislatore, anche con assunzione di responsabilità davanti ai cittadini, com’è avvenuto nella vicenda Fincantieri.
L’inerzia o l’inadeguatezza politica si scaricano sulla magistratura, che poi, però, viene accusata di supplenza o ingerenza. Come se ne esce? È questo il paradosso della vicenda. C’è un enorme iato fra le affermazioni di principio e i fatti concreti. Tutti rivendicano una forte autonomia della politica ma poi scaricano sulla magistratura molte delle scelte. Se ne esce, secondo me, con una maggiore autorevolezza e credibilità della pubblica amministrazione e della politica. E un ruolo importante deve svolgerlo anche l’imprenditoria. Se oggi rischiamo di perdere una delle più grandi acciaierie d’Europa è perché non ci sono state scelte chiare in passato e non perché i giudici hanno fatto emergere un bubbone. Donatella Stasio